Volete la felicità? Nuotate

Dal 1986 il meglio per la gestione degli impianti natatori

Volete la felicità? Nuotate

di Richard A. Friedman  (Traduzione di Fabio Galimberti)

Un giorno, qual che anno fa, stavo uscendo dalla piscina tutto gocciolante quando un uomo con l’accento russo mi fermò e mi disse: «Tu devi venire a nuotare con la squadra». Avevo poco più di cinquant’anni: troppo vecchio per nuotare in squadra, pensai. Ma il coach (Igor era il suo nome) insisteva: «Io vedo che tu è bravo nuotatore». Intrigato, e incapace di resiste re all’adulazione, cedetti e mi unii al suo sconclusionato gruppo di nuotatori. Gli allenamenti cominciavano alle cinque e mezza di mattina, quando la maggior parte delle persone normali è rannicchiata sotto le coperte. Ma non importava, perché per quanto sonno potessimo avere, al termine dell’allenamento eravamo sicura mente sveglissimi, se non addirittura euforici. Ci godevamo il cameratismo che si era creato fra di noi, e anche se eravamo tutti a li velli diversi avevamo una cosa in comune: Il desiderio di migliorarci. Un giorno un gruppetto di noi era lì a lamentarsi degli scarsi progressi che facevamo nei tempi di nuotata, a mugugnare che eravamo lenti. Igor, che era sempre il filosofo della piscina, sorrise e disse: «Siete tutti confusi! Velocità non è obbiettivo: è risultato di tecnica bella e perfetta». La cosa veramente importante per Igor era l’eccellenza, l’efficienza della bracciata. Una volta che padroneggiavi quella, sosteneva, la velocità sarebbe seguita, in modo naturale. La velocità era semplicemente il gradito effetto collaterale del nuotare bene. Ragionavo ultimamente che in queste parole c’è un insegnamento che va al di là della piscina. Tutti volevamo nuotare più veloci, ma più smaniosamente ci provavamo più la velocità si teneva alla larga da noi. Lo stesso succede con la felicità: tutti vogliamo esse re felici, ma più direttamente ci impegniamo per ricercare la felicità, più ci sfugge. Abbiamo sperimentato tutti questo fenomeno. Pensate, per esempio, alle vacanze imminenti. Siete eccitati all’idea di andare in spiaggia o in montagna, di rilassarvi con tutto il tempo libero che avrete. Sarà bellissimo! Allora cominciate a pianificare quello che farete, quello che vi dovete portare, quali ristoranti dovete prenotare. Non passa molto che cominciate a sentirvi un po’ stressati per il vostro piacere futuro. Le ricerche dimostrano che pensare troppo a come essere felici produce l’effetto contrario e mina il benessere. Una delle ragioni è che tutto questo pensare consuma molto tempo, e non è una cosa piacevole di per sé. I ricercatori dietro a questo studio, chiamato “Il tempo che svanisce alla ricerca della felicità”, hanno diviso i partecipanti in due gruppi, secondo criteri casuali: quelli del primo gruppo dovevano scrivere dieci cose che potevano renderli più felici, mentre quelli dell’altro gruppo dieci cose che dimostravano che erano già felici. A quel punto, a tutti i partecipanti veniva chiesto se avessero, e in quale misura, la percezione che il tempo gli sfuggisse di mano, e quanto si sentivano felici in quel momento. Quelli a cui era stato chiesto di pensare a cosa potevano fare per diventare più felici si sentivano più a corto di tempo e nettamente meno felici. Tutto questo collima con la tesi avanzata dalla giornalista Ruth Whippman nel suo libro del 2016, America the Anxious: How Our Pursuit of Happiness Is Creating a Nation of Nervous Wrecks (L’America ansiosa: la nostra ricerca della felicità sta creando una nazione di esauriti): impegnarsi troppo per essere felici (scaricare app di meditazione, iscriversi a un corso di yoga, leggere libri di autoaiuto) in generale serve semplicemente a stressarci, scrive la Whippman. Che cosa dovremmo fare, invece? Forse semplicemente uscire con qualche amico, fare qualcosa che ci piace fare insieme: «Studi su studi dimostrano che la presenza di buone relazioni sociali è l’indicatore più solido e affidabile di una vita felice». Il che mi riporta al nuoto. Quando nuoto, ho la sensazione di avere tutto il tempo del mondo, e una delle ragioni è che gran parte dei fattori che segano il tempo – la mia vita di tutti i giorni – svanisce nel momento in cui entro in acqua. E per tutto quel tempo sto in acqua con i miei amici, uniti dallo sforzo fisico e dagli scherzi e battute sulla vita. La nostra tecnica è migliorata, grazie a Igor. Abbiamo una trazione più fluida, non lasciamo mai ricadere il gomito e la gambata è più costante. Alcuni giorni capita che riesca a nuotare un po’ più velocemente di prima. Ma anche se non ci riesco, mi sento splendidamente. In definitiva, la felicità è un effetto collaterale del vivere bene, proprio come la velocità può essere il risultato di una tecnica di nuoto eccellente. E ora, se volete scusarmi, devo andare in piscina. Richard A. Friedman è professo re di psichiatria clinica e direttore della clinica di psicofarmacologia al Weill Cornell Medical College— 2019 The New York Times (Traduzione di Fabio Galimberti)

×